In Out Of The Blue

Vi solleticherò le menti con un quesito abbastanza impegnativo, considerato che nell’era digital potrebbe risultare abbastanza demodé: cos’è il bello? Il senso estetico, mi rispondereste. E fin qua, tutto bene. Ma se vi chiedessi ancora più nello specifico come identificare e scovare il bello al tempo di internet, le vostre menti inizierebbero a vacillare, e non a torto. Un tempo la bellezza di un’opera d’arte si sprigionava nell’hic et nunc, nella capacità di fruire dell’opera in modo immediato ed esclusivo: il quadro costituiva infatti un pezzo unico, realizzato con elevate capacità tecniche, costanza e maestria.

L’opera d’arte suscitava emozioni al fruitore del tutto soggettive e personali, costituendo un’esperienza irripetibile, totalizzante; spesso comunicava un messaggio forte, faceva propaganda politica, aveva perfino intenti istruttivi. E oggi? Nei tempi moderni l’unicità dell’opera d’arte costituisce sicuramente un miraggio: questo fin dai primi del ‘900, quando fotografia e cinema hanno reso l’arte un mezzo di espressione alla portata di tutti.

Da quel periodo in poi, l’arte ha perso la sua aura d’unicità, venendo associata al concetto di riproducibilità su larga scala: non più uno strumento d’èlite, ma un mezzo di comunicazione “popolare”, fino a diventare ai nostri tempi una nuova forma di creatività 2.0 di cui la massa può disporre liberamente.

SV_Versailles_with_info_panel-floorplanGoogle con il suo Art Project/Cultural Institute nel 2011 ha regalato agli utenti la prima esperienza d’arte virtuale, portandoli alla scoperta dei più importanti musei del pianeta. Una fruizione ad alta definizione delle più famose opere d’arte presenti nei principali musei del mondo, che il visitatore virtuale ha potuto cogliere fin nei minimi dettagli comodamente spaparanzato nel salotto di casa. The big G non ha dato un semplice servizio, ma una vera possibilità: quella di poter attingere a bellezze scultoree e pittoriche in ogni momento e da qualsiasi luogo. Un assaggio di arte 2.0 che accorcia le distanze tra l’opera realizzata e l’osservatore.

E chi vuole scoprire tutti i tesori nascosti dei musei, può farsi guidare da Virgil, il primo robot italiano che opera in ambito museale. Come Virgilio è la guida spirituale di Dante all’Inferno, Virgil porta i turisti alla scoperta degli angoli segreti del castello di Racconigi; infatti, grazie a una piattaforma di cloud robotica connessa alla rete 4G, questo assistente robotizzato invia al tablet o allo smartphone della guida turistica un flusso video ad alta definizione di alcune aree non accessibili ai visitatori.

tumblr_mf6zn4LKHX1qzedxpo1_r1_1280L’arte, insomma, incontra la tecnologia, ampliando la nostra esperienza e le nostre sensazioni, espandendo il nostro senso critico e la nostra capacità di coinvolgimento emotivo. Tutto ciò trova nei social network un riscontro concreto: nelle piattaforme trovano rifugio ed espressione i nuovi creativi 2.0, che sempre più utilizzano Instagram come trampolino di lancio per farsi notare. È il caso di Daniel Arnold, trentaquattrenne newyorkese, che da giovane assistente di uno studio fotografico oggi vanta oltre 70mila seguaci su Instagram e vende i suoi scatti alla modica cifra di 15mila dollari l’uno. Definito il “paparazzo degli sconosciuti”, perché predilige soggetti quali clochard e gente di strada, oggi si prepara a condividere il database del suo smartphone in una mostra presso una delle più famose gallerie di Londra.

Artisti che riscuotono successo su Vine (software per condividere filmati di sei secondi di proprietà di Instagram), giovani designer che lanciano la propria linea di camicie attraverso Pinterest, scrittori che pubblicano romanzi a frammenti su Twitter: è questa la nuova frontiera della creatività 2.0. Un’arte, insomma, che assimila sempre più il nuovo bagaglio di conoscenze che il mondo digital le consegna, divenendo uno strumento sempre più alla portata di tutti.

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