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L’azienda di Tim Cook starebbe sviluppando sei progetti volti a creare in casa infrastrutture cloud, server e apparecchiature di rete, così da evitare il rischio di spionaggio

La ferrea volontà mostrata da Apple nel proteggere i dati degli utenti da chiunque voglia accedervi, governi nazionali compresi, va oltre il caso che vede la compagnia contrapposta all’Fbi per lo sblocco dell’iPhone del killer di San Bernardino. La casa di Cupertino vuole blindare anche iCloud, la nuvola informatica dove gli utenti memorizzano foto, email e altri dati per non saturare la memoria dei propri smartphone. Per riuscirci, starebbe portando avanti sei progetti volti a creare in casa infrastrutture cloud, server e apparecchiature di rete, così da evitare il rischio di spionaggio.

LA STAMPA 26/03/2016

Stando a quanto scrive il sito The Information, citando persone a conoscenza dei fatti, gli sforzi di Apple per costruire i propri server sarebbero motivati almeno in parte dalla volontà di renderli il più sicuro possibile. «Apple ha a lungo sospettato che i server ordinati ai fornitori tradizionali fossero intercettati lungo la spedizione e manipolati con l’aggiunta di componenti elettronici (chip e firmware) da parte di sconosciuti per renderli vulnerabili a infiltrazioni».

Lungi dal sembrare paranoia, tali timori hanno una fondatezza: con l’esplosione dello scandalo Datagate, nel 2013 il mondo venne a conoscenza che l’Nsa, l’agenzia di sicurezza statunitense, intercettava le spedizioni di apparecchiature elettroniche delle persone tenute sotto controllo, manipolandole con strumenti per lo spionaggio. Per Apple, tuttavia, l’indipendenza da fornitori esterni sembra un traguardo ancora lontano, come conferma il recente accordo stretto con Google per il noleggio di infrastrutture cloud. La Mela ha accordi simili anche con Amazon e Microsoft.

Nemmeno l’iPhone, come da settimane sostengono diversi esperti di sicurezza, è del tutto impenetrabile. «Molti ci hanno contattato per aiutarci sul caso di San Bernardino», ha ammesso l’Fbi, che nei giorni scorsi ha chiesto il posticipo della prima udienza in tribunale dove un giudice dovrebbe decidere se obbligare Apple a creare un software per sbloccare il telefono.

Gli investigatori starebbero testando una tecnologia messa a punto da Cellebrite, la stessa società che ha sbloccato l’iPhone di Alex Boettcher nel caso italiano della «coppia dell’acido». Sullo smartphone di San Bernardino c’è una versione del sistema operativo più nuova e sicura rispetto al telefono di Boettcher (iOS 9 contro iOS 8), ma gli israeliani sembrerebbero in grado di violare pure quella. In attesa c’è anche Apple, che ha chiesto al tribunale di Brooklyn di rinviare il caso dello sblocco di un iPhone in un’indagine di droga fin quando non si avrà maggiore chiarezza sul caso di San Bernardino.

FONTE: LA STAMPA TECNOLOGIA 26/03/2016  — CC: BY NC ND

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