In Hall Of Fame

“L’irruzione della fotografia nel panorama culturale della nostra vita è relativamente recente: meno di due secoli.
Il fotogiornalismo è arrivato immediatamente dopo e subito ha posto problemi etici, specificatamente legati alle inedite e spesso sconvolgenti novità tecnico- culturali poste dalla fotografia. Molti pensano che oggi ci sia una particolare urgenza di affrontare i problemi etici nel fotogiornalismo.
A me non pare. L’etica è etica. Non credo che esista un’etica specifica del giornalismo, con una conseguente sottoetica del fotogiornalismo.
La fotografia mostra, non dimostra; ci fa vedere il morto, raramente la causa della morte. E quanto all’assassino, quello ce lo mettiamo quasi sempre noi.”

– Ferdinando Scianna –

Il fotogiornalismo è quella particolare forma di giornalismo che si occupa di raccontare una storia socialmente rilevante tramite immagini: la prima foto giornalistica fu pubblicata il 4 Marzo 1880 sul giornale “The Daily Graphic” di New York.
Ma grazie alla telefoto, nel 1921, che fu possibile la trasmissione di immagini alla stessa velocità con cui viaggiavano le notizie: tuttavia, servirono il lancio della prima fotocamera commerciale Leica e le prime lampade flash fra il 1927 ed il 1930, affinché fossero presenti tutti gli elementi necessari per poterci considerare pienamente nell’età dell’oro del fotogiornalismo. Da quel momento il termine fotogiornalismo diventò un genere a sé, “quasi un continente, con un fronte ideologico, al quale si opporrebbe quello degli artisti, con le loro estetiche e filosofie, che ai fotogiornalisti sembrano perlopiù manie, velleità, inutili o eccessive ambizioni”.

A partire dagli anni Venti del Novecento il fotogiornalismo acquista la sua identità grazie alle innovazioni tecnologiche ed un clima socio-culturale favorevole.
La Grande Guerra rappresentò il banco di prova ideale per la messa in opera delle innovazioni tecniche e la pratica del mezzo fotografico: è il periodo considerato come l’epoca d’oro del fotogiornalismo perché caratterizzato da ricchezza nella ricerca teorica, dal nuovo ruolo della fotografia come azione di denuncia sociale ecc..La fotografia assume i connotati della casualità e istintività: nell’immaginario collettivo, fotografare diventa l’atto decisivo per fissare su carta la realtà di tutti i giorni, le fotografie diventano fatti da tramandare alla storia.
Le immagini non servivano più da ornamento ma acquisivano una valenza narrativa e descrittiva, e sempre più forte si avvertiva l’influenza di chi quelle fotografie le aveva cercate, inseguite, scattate.
Newhall scrive che “la fortuna aiuta spesso i fotoreporter, ma le fotografie di attualità che fanno colpo non sono mai accidentali”.

Un esempio significativo di quel luogo comune secondo il quale una fotografia vale più di mille parole è quello del 6 maggio 1937 quando ventidue fotografi, inviati da New York a Philadelphia, hanno avuto l’occasione di assistere all’esplosione del dirigibile tedesco Hindenburg.
Il fotogiornalista venne da lì considerato il testimone dei fatti perché si trova nel posto dove, e nel momento in cui, questi fatti accadono, portando il lettore-osservatore direttamente sulla scena degli avvenimenti, anziché fornendo loro soltanto una documentazione fotografica.
La parola d’ordine è quindi spettacolarizzazione: il lettore deve essere coinvolto dalle immagini, deve sentirsi spettatole.
Per raccontare la prima guerra mondiale si passa dalle anonime cartoline alle foto cariche d’azione e di morte.
Lo spartiacque è infatti segnato dalla guerra civile in Spagna, come afferma Furio Colombo “da quel momento, la parola pubblico indica un cupo e affascinante diritto a vedere tutto per quanto spaventoso, a una partecipazione immaginaria, per cui non è necessario scegliere e militare, basta guardare”.

 

“Life” e “Magnum”

La gloria ed il successo della fotografia come vero cuore della rivista fu decretata con le quattrocentomila copie per la prima tiratura del primo numero di Life del 23 novembre 1936 di Henry Luce (Stati Uniti).
Fu la prima rivista pianificata da capo a fondo grazie a un’équipe di quattro o cinque fotoreporter titolari che ne definirono lo stile: carta patinata e immagini luminose per conferire alla fotografia il massimo splendore.
“Le riviste americane come “Life” esaltavano i loro fotografi, ma in nome del corporativismo aziendale più che dello spirito e della continua specificità della fotografia”. 

 

All’indomani del secondo conflitto mondiale i fotografi, per sottrarsi allo sfruttamento e alle pressioni di ogni genere, decisero di unirsi in una cooperativa: nasce così l’agenzia Magnum Photos nel 1947 a Parigi (e l’anno dopo a New York) da Roper Capa, George Rodger, Henri Cartier Bresson e David Chim Seymour.
L’agenzia fotogiornalistica  era la più prestigiosa del mondo e nasceva in dichiarata opposizione ai più famosi fotogiornali dell’epoca e al sistema di potere che ne controlla l’attività.
Essa prevedeva, a tutela dei propri soci, che i diritti delle immagini restassero di proprietà degli autori e non delle riviste: ciò significava che il titolare dei diritti aumentava il proprio potere contrattuale vendendo i reportage fotografici in paesi diversi, moltiplicando così le possibilità di guadagno e visibilità.
Quest’idea si rivelò vincente poiché i fotografi potevano mantenere così libertà d’azione e indipendenza ma soprattutto influenzò la storia della fotografia e del fotogiornalismo contemporanei.

La fase discendente

Il fotogiornalismo comincia a cercare nuove formule, una nuova definizione, la quale consiste nel trasgredire quella concezione di obiettività caratteristica della fotografia.
Ma l’arrivo della televisione negli anni Sessanta-Settanta accompagna il reportage fotografico alla strada del declino: la fotografia torna a ricoprire il ruolo di semplice illustrazione sui giornali. Essa portava gli spettatori sul terreno della storia, consentendo loro di seguire in diretta gli eventi attraverso telegiornali e servizi, caratteristica che il cinema e la fotografia non aveva mai avuto. Si passò dall’epoca dell’immagine-icona all’immagine in movimento che muta radicalmente la percezione degli eventi:

“La fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo.”
– Jean-Luc Godard –

 

 

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