In Digital Life, Out Of The Blue

“Chattiamo?”. “Inserire username e password”. “Mi sono sloggato”. “Cosa ne pensi di quel blogger?”. Vent’anni fa frasi così avrebbero generato strabuzzamento di occhi e discesa di mascella , quasi ci si rivolgesse all’interlocutore in ostrogoto. Ma i tempi cambiano e oggi queste espressioni sono entrate nel nostro uso comune, codici che identificano il popolo degli internauti, sancendone al contempo l’appartenenza al mondo di internet.

La nostra lingua è scomparsa?

Cos’è successo alla nostra lingua con l’avvento dei nuovi media? Non è propriamente scomparsa, non dobbiamo immaginare un’implosione improvvisa che ha inghiottito l’italiano e tutto il patrimonio lessicale che ne è il punto forte. Più precisamente, con l’avvento del web la nostra lingua madre è stata desacralizzata, in particolare nei suoi aspetti morfologici e grammaticali. La scrittura che leggiamo correntemente sul web si basa infatti sul predominio dell’oralità sulla scrittura: si tratta di una scrittura secondaria, in cui dominano gli aspetti legati all’esposizione verbale piuttosto che alla trasposizione grafica della lingua; il codice così scritto segue dunque la direzione della voce, il ritmo, gli stilemi, le espressioni chiave e più che essere scritto, è parlato. Lo stesso stile largamente utilizzato nei blog è modellato su questa tendenza, in quanto è molto più colloquiale e familiare che professionale.

Cambiamenti grafici e sintattici

Una serie di cambiamenti ha interessato anche la punteggiatura dei testi, ridotta ai soli punti fermo, interrogativo, esclamativo, puntini di sospensione di cui si fa largo uso e abuso e naturalmente la virgola, ormai figura mitologica. Molto diverso è naturalmente il caso dell’esuberanza di segni grafici e interpuntivi nella posta elettronica e nelle chat, dove si tende a esagerare per colpire l’interlocutore.

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Interessanti i cambiamenti della scrittura sul piano sintattico: i periodi sul web tendono ad essere brevi e a una sola proposizione, con ricorso alla sintassi nominale e a un utilizzo spropositato di sintagmi scanditi da un punto e a capo; frasi non troppo complesse, insomma, alla portata di tutti. L’immediatezza, la simultaneità della scrittura risponde, infatti, alle esigenze degli internauti, sempre più frettolosi e distratti nel leggere le notizie e le informazioni.

La leggibilità prima di tutto

Dato che si stima che la fruizione dei contenuti sullo schermo peggiori del 25% rispetto a quella su carta, chi progetta siti web dà la massima importanza a un principio sacro sopra a tutti gli altri: la leggibilità del testo, secondo il quale andrebbero evitate le parole scritte in maiuscolo (perché “urlate”), bisognerebbe ridurre i termini e i periodi troppo lunghi e andrebbe calibrato l’uso dei colori. Tutto ciò per ridurre la noia esistenziale e combattere la pigrizia dell’utente medio, che perde sempre meno tempo nella lettura, saltando da un punto all’altro del testo a suo piacimento.

Gli architetti del web infatti suggeriscono sempre più di strutturare le informazioni all’interno del paragrafo secondo lo schema della piramide capovolta con meccanismo di  drill-down, partendo dalle conclusioni per arrivare a maggiori dettagli, in modo da permettere all’utente l’accesso alle informazioni principali prima di abbandonare il paragrafo. Uno stratagemma al pari di quei percorsi luminosi che in una sala buia accompagnano i distratti all’uscita.

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Neologismi da webbari

E poi, certo, c’è il punto che preferisco: l’introduzione nell’uso comune di improbabili neologismi che avrebbero fatto impallidire Dante e Leopardi; e sì che loro di neologismi un po’ ne sapevano. Un nutrito contingente di parole di dubbia provenienza, sotto forma di acronimi, anglicismi, calchi e lemmi derivati dal linguaggio e dalle tecniche di internet, è entrato ormai nel nostro uso comune. Per non parlare del vocabolario che gli stessi internauti hanno creato ex novo, basti pensare ai tanto frequentati deletato, googlato, selfie  e petaloso, reso oggetto di una disputa che ha coinvolto (suo malgrado, credo) anche l’ Accademia della Crusca, sede del purismo linguistico per eccellenza.

Il web minaccia l’impoverimento della lingua?

In ultima analisi, la lingua italiana si trova ad essere minacciata dallo strapotere del web? Non credo che l’impoverimento della lingua possa essere attribuibile all’avvento dei new media, quanto semmai ad un disinteresse di fondo dell’utente medio che legge e si informa sempre meno. Il rischio è quello di abbandonarsi allo stereotipo secondo cui internet sarebbe colpevole dell’imbarbarimento linguistico, dimenticando che questo strumento informativo non ha agito tanto sul codice linguistico, quanto semmai sul rapporto tra utenti e lingua, quindi sullo stile propriamente detto. Non è stato il web a cambiare il modo di esprimersi dell’utente, ma è stato l’utente a scegliere consapevolmente di adattarsi ai nuovi stilemi (a volte errati) del web.

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